“Silenzio! Si va in scena!”: laboratorio di Chiara Scilipoti e Carlo Dalla Costa

Dal 1° ottobre ha preso il via il vostro nuovo Laboratorio Teatrale 2026-2027 “Silenzio! Si va in scena!”. Chiara, da dove nasce l’idea di questo percorso e cosa vi ha spinto a idearlo e dirigerlo insieme?

 

Nel 1995 è nata la Scuola di recitazione voluta da mia madre Rossana Gaoni, che nel corso degli anni ha dato vita a diversi progetti e spettacoli, coinvolgendo tantissime persone del territorio. Era una realtà amatoriale, ma molto attiva, capace anche di mettere insieme più di cento partecipanti in alcuni spettacoli. Negli ultimi anni, però, questa esperienza si era un po’ fermata. Con Carlo ci siamo detti di non disperdere quel patrimonio. Da qui è nata l’idea di trasformare l’associazione in un progetto più strutturato e continuativo, mettendo insieme la competenza professionale di Carlo e la mia storia ed esperienza. Per lo spazio adeguato, abbiamo incontrato la disponibilità della Pro Loco di Viole che ci ha permesso di partire. Il titolo stesso del laboratorio “Silenzio! Si va in scena!” riprende un testo di mia madre, un omaggio a cui tengo in modo particolare.

 

Come è stata la partecipazione, Carlo? Quanti iscritti avete?

Non ci aspettavamo una risposta così importante: hanno aderito 30 adulti e una decina di bambini. È stata una sorpresa, ma anche una conferma del fatto che sul territorio c’era voglia di teatro. Crediamo che abbia funzionato anche la formula del laboratorio: non un impegno annuale, ma un percorso concentrato da ottobre a gennaio, con un obiettivo concreto. In pochi mesi si passa dalla parte tecnica alla costruzione di un progetto condiviso.

Ci si può iscrivere anche a laboratori iniziati?

Sì, ci sono ancora alcune possibilità, ma è opportuno contattarci a stretto giro. Il percorso è già partito, quindi è importante inserirsi il prima possibile per poter seguire il lavoro del gruppo. Gli adulti sono stati divisi in due gruppi, per seguire efficacemente il laboratorio. I bambini, invece, costituiscono un unico gruppo.

 

Il laboratorio si rivolge a due fasce molto diverse, bambini dai 6 ai 12 anni e adulti dai 18 ai 99 anni. Quali sono, secondo voi, le cose che il teatro può insegnare a tutte le età?

La prima parola è sicuramente disciplina. E poi ci sono la costanza, il sacrificio e la capacità di mettersi a disposizione degli altri. Il teatro non è un’esperienza individuale: anche quando emerge il singolo, dietro c’è sempre un gruppo. È un lavoro che insegna ad ascoltare, a stare nello spazio, a relazionarsi, a rispettare i tempi degli altri e a condividere un obiettivo. E insegna anche a parlare e a stare davanti agli altri: competenze che non servono soltanto quando si sale su un palcoscenico, ma in moltissime situazioni della vita.

Il teatro, poi, ha una caratteristica fondamentale: insegna divertendo! Si imparano tante cose senza avere necessariamente la sensazione di essere dentro un percorso didattico tradizionale.

Che sia la prima volta sul palco o ci si voglia rimettere in gioco, quanto conta creare uno spazio dove sentirsi protagonisti?

Conta moltissimo. A volte nella vita tendiamo a ritrarci, a farci più piccoli, mentre il teatro ti insegna anche a stare nello spazio che occupi e ad avere consapevolezza della tua presenza. Il laboratorio vuole essere uno spazio nel quale mettersi alla prova, sperimentare, divertirsi e imparare insieme. Anche chi ha già esperienza, in realtà, deve rimettersi continuamente in discussione: il teatro non è una cosa che si impara una volta per tutte. È anche una professione e una disciplina che mette costantemente alla prova chi la pratica. E ogni volta si riparte.

 

Il teatro è fatto di voce, corpo, ascolto, improvvisazione, relazione. Quali sono gli elementi su cui lavorerete maggiormente durante il laboratorio?

Innanzitutto sul gruppo. È il principio da cui partiamo: stare insieme, ascoltarsi e costruire un lavoro comune. Anche il singolo trova il proprio spazio, ma perché esiste un gruppo che lo sostiene. Ci sarà poi una parte tecnica, legata alla voce, al corpo, all’ascolto e all’improvvisazione. Ma soprattutto vogliamo introdurre anche un elemento di scrittura. Gli allievi non devono soltanto essere interpreti di qualcosa scritto da qualcun altro: ci interessa dare loro delle tracce e vedere come possono trasformarle in una storia, in un dialogo, in un personaggio. La scrittura diventa così un altro modo per entrare nel teatro e per creare il gruppo, quasi una sorta di coro nel quale la voce del singolo viene amplificata dagli altri.

Lavorare con i bambini significa anche confrontarsi con il gioco, la fantasia e la spontaneità. Come si costruisce un percorso teatrale capace di divertirli, ma anche di aiutarli a esprimersi e a stare insieme agli altri?

I bambini Hanno una spontaneità e una capacità creativa che noi adulti spesso perdiamo. Il nostro compito è dare loro una traccia e poi lasciare spazio alla loro fantasia, aiutandoli a trasformare quello che immaginano in qualcosa di concreto. Sono anche molto più seri di quanto si possa pensare. Imparano velocemente, ascoltano e soprattutto comprendono molto bene il senso del gruppo. Se manca qualcuno durante uno spettacolo, spesso sono proprio loro a trovare una soluzione. Vorremmo lavorare anche sulla maschera, che permette di affrontare il personaggio da un punto di vista creativo e diverso. E anche con i bambini ci piacerebbe sperimentare la scrittura.

 

E con gli adulti? Che cosa cercano oggi, secondo la vostra esperienza, le persone che scelgono di salire su un palcoscenico?

C’è chi lo considera una sfida personale, magari perché aveva già fatto teatro molti anni prima e vuole capire come reagisce tornando a farlo. C’è chi vuole semplicemente divertirsi, chi vuole conoscere persone nuove e creare un gruppo e chi è attratto dall’idea di arrivare a uno spettacolo in un tempo relativamente breve. Molti degli iscritti si conoscono già: ci sono amici, coppie, genitori e figli. Questo crea una base di fiducia che aiuta a mettersi in gioco. Ma poi, proprio attraverso il lavoro teatrale, questa conoscenza si trasforma in un rapporto di gruppo.

Ci sarà uno spettacolo finale?

Sì, i due gruppi adulti lavoreranno separatamente durante il laboratorio e poi costruiremo il momento conclusivo tenendo conto del percorso fatto. Non vogliamo però che lo spettacolo sia semplicemente il punto di arrivo di un testo imposto dall’esterno. Ci interessa che il lavoro svolto durante questi mesi contribuisca alla costruzione del risultato finale. Stessa cosa sarà per i bambini. Stiamo scegliendo lo spazio dove portarlo in scena e che permetta al pubblico di vivere l’esperienza insieme a noi.

 Se doveste convincere una persona che sta ancora pensando “il teatro non fa per me”, cosa le direste?

Le diremmo semplicemente di provare. C’è una frase di Eduardo De Filippo che ci piace ricordare: “Lo sforzo disperato che compie l’uomo nel tentativo di dare alla vita un qualsiasi significato è teatro“. Per noi significa anche questo: costruire uno spazio nel quale poter stare bene, essere ciò che si è e, magari, scoprire qualcosa di nuovo di se stessi.

Il teatro vero non ha bisogno di inventarsi nomi diversi. È teatro. È un megafono di emozioni e lo fa attraverso il divertimento. E non importa con chi lo fai, o se sei già bravo: l’importante è farlo.

Intervista di Sara Stangoni

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