Chiara Scilipoti, regista scene Parte de Sopra (Calendimaggio): Il teatro è un’esperienza totalizzante
Dietro le quinte sento di avere la possibilità di costruire qualcosa che sia più grande di me, e che dia spazio agli altri. È un lavoro meno visibile, ma pieno di soddisfazioni
Ha mosso i primi passi nel Calendimaggio di Assisi ed oggi è un punto di riferimento creativo e umano per la Parte de Sopra. Autrice, regista e appassionata studiosa di storia, Chiara Scilipoti unisce competenza artistica e sensibilità personale in ogni progetto che firma. Con una formazione classica e una profonda dedizione alla ricerca, scrive e dirige spettacoli teatrali soprattutto storici. Non sono mai semplici rappresentazioni, ma veri e propri viaggi culturali ed emotivi.
Quest’anno hai diretto le Scene del Calendimaggio di Assisi per la Nobilissima Parte de Sopra. Com’è stata questa esperienza?
Intensa, totalizzante. L’ho curata insieme a mio fratello Francesco. Per me il Calendimaggio è da sempre una vera e propria “dispensa emotiva”. Ogni anno è una sfida nuova, un impegno sentito e profondo. Quest’anno, oltre alla regia, ho preso parte anche nella recitazione del bando… Insomma, non mi sono fatta mancare nulla! Ma d’altra parte, sono una persona che ha bisogno continuamente di progetti, stimoli e di tenere la mente viva. I testi delle scene sono stati scritti da Tiziano Sensi, ma ho contribuito anche io.
La tua storia con il teatro inizia proprio con tua madre, giusto?
Decisamente sì. Sono cresciuta nel teatro, in senso letterale. Mia madre, Rossana Gaoni, professoressa di lettere e fondatrice del Teatro Studi Assisi, è stata la mia prima maestra. Con lei ho imparato i fondamenti, le regole, i tecnicismi ma soprattutto il rispetto per l’arte teatrale. A casa nostra si respirava letteratura, dizione, analisi del testo. Il mio primo monologo? A quattro anni. Era tratto da Marx, un pezzo doloroso sulla separazione tra una madre contadina e la figlia affidata a una famiglia abbiente. Un testo poco da bambini, lo so, ma mia madre era fatta così: profondamente appassionata, mai banale.
Dalla recitazione alla scrittura e poi alla regia. Come si è evoluta questa transizione?
Ho iniziato recitando, come molti. Ma col tempo ho scoperto un amore ancora più grande: quello per la scrittura e la regia. Dietro le quinte sento di avere la possibilità di costruire qualcosa che sia più grande di me e che dia spazio agli altri. È un lavoro meno visibile, ma pieno di soddisfazioni. Quando le persone si affidano alla tua visione, quando credono in quello che hai scritto e diretto, c’è una forma di gratitudine che non ha prezzo.
Scrivere per il Calendimaggio è molto diverso rispetto ad altri contesti?
Sì, perché c’è la componente storica, che impone dei limiti… ma paradossalmente aiuta anche. Devi restare fedele a un’epoca, ma dentro quel contesto puoi lavorare molto sull’emotività, sull’umano. Le scene che scriviamo sono popolari, parlano di sentimenti, paure, gioie che sono tutte cose universali. Anche se sei nel 1200, parli comunque della vita. Scrivere per il Calendimaggio, per me, è un atto di intimità. Le mie parole parlano anche di me e a volte è difficile – soprattutto all’inizio – sentire recitare scene che riconosci come profondamente tue. È come spogliarsi in pubblico. Ma poi ti abitui, anzi, impari a lasciare andare.
I più giovani si avvicinano con difficoltà alla scrittura. Ti stai muovendo su questo fronte per coinvolgerli?
È una delle cose a cui tengo di più. Da due anni con Tiziano Sensi organizziamo ad Assisi laboratori di scrittura amatoriale, da ottobre a gennaio, per la Parte di Sopra, cercando di accendere una scintilla nei ragazzi. Molti si sentono inadeguati, dicono “non so scrivere”. Eppure è impossibile, su oltre 1000 persone, essere in tre o quattro a scrivere le scene per il Calendimaggio. Certamente l’avvento dell’intelligenza artificiale può limitare ancora di più l’approccio, se non guidato bene, perché può far perdere ancora più la fiducia nelle proprie capacità. Ora stiamo organizzando la terza edizione e confidiamo in una bella partecipazione.
Eppure scrivere è un’esperienza formativa, anche personale.
È assolutamente catartico. Le prime volte può essere faticoso, perché comunque metti in gioco qualcosa di tuo, anche se mediato, anche se trasfigurato. Una scena d’amore, un rapporto madre-figlio, una figura in difficoltà… tutto nasce da un vissuto personale. E chi scrive lo sa: all’inizio ci si sente nudi. Poi arriva il momento in cui impari a distaccarti, a vedere il tuo testo camminare da solo. Ed è bellissimo.
Ad Assisi tua madre istituì anche la scuola di recitazione Teatro Studio Assisi.
È nata negli anni Novanta per la sua caparbia volontà e determinazione ed è ancora attiva, con lo scopo di avvicinare al teatro tutti quelli che hanno il desiderio di calcare il palcoscenico. Ora vogliamo portare avanti nuovi progetti e ci stiamo organizzando per portare in scena uno spettacolo teatrale entro l’anno, riservato ad attori professionisti del territorio assisano.
Hai seguito o stai seguendo altri progetti oltre il Calendimaggio?
Quest’anno per l’evento Perugia 1416 ho curato il commento per il rione Porta San Pietro. Al Palio del Cupolone di Santa Maria degli Angeli ho scritto il copione per lo spettacolo e per la sfilata storica del Rione del Campo. Lo spettacolo è stato dedicato a Geminiano Mundici, un pittore nato a Modena e morto ad Assisi, di cui si sa pochissimo. Abbiamo fatto un gran lavoro di ricerca, compreso negli archivi di Stato. La protagonista si chiamava Rossana, come mia madre. È un omaggio a lei. La sfilata, dal titolo “Pioniere”, invece, ha raccontato la storia di alcune donne dell’Ottocento, come Matilde Serao ed Eleonora Duse, che hanno rotto gli schemi della donna tradizionale dell’epoca. Ora mi aspetta Gualdo Tadino, con la festa di San Facondino.
Nel tuo lavoro di scrittura quanto conta la ricerca storica?
Tantissimo. Non ci si può affidare solo a internet, serve andare in biblioteca, negli archivi. Bisogna cercare fonti vere. È un lavoro lento, ma fondamentale. Il fatto di aver fatto il liceo classico mi ha aiutata tantissimo: comprendere il contesto, l’etimologia delle parole, le sfumature. La passione per la carta e per i documenti originali è imprescindibile.
C’è una scena che hai scritto e che ti è rimasta particolarmente nel cuore?
Sicuramente le scene dell’anno scorso al Calendimaggio sulle Elegie di Properzio, con la figura di Cinzia, l’amore mai raggiunto del poeta. Ho attinto alla traduzione originale di Gemma Fortini, la figlia del primo podestà di Assisi: ho avuto il privilegio di usare il testo con le sue annotazioni personali. È stato un momento emozionante, sia da assisana che da scrittrice.
E invece che cos’è, per te, la regia?
Un atto d’amore. La regia è avere una visione, ma anche saper ascoltare. È capire che ogni persona che lavora con te porta qualcosa di unico. È cercare un equilibrio tra la propria voce e quella degli altri. Perché alla fine il teatro, almeno per come l’ho vissuto io, è questo: un percorso di crescita personale e collettiva. Spesso mi piace citare una frase di Eduardo De Filippo, che chiude il libro che scrisse mia madre e in cui mi riconosco: “Lo sforzo disperato che compie l’uomo nel tentativo di dare alla vita un qualsiasi significato è teatro”.
Intervista di Sara Stangoni
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