MATTEO FRONDUTI, IN ARTE IL COFFEE: «LA STREET ART È IL MIO MODO DI STARE BENE»

Ci sono passioni che si scelgono e altre che, semplicemente, non ti lasciano mai. Per Matteo Fronduti, conosciuto come Il Coffee, il disegno è una presenza silenziosa che lo accompagna fin dall’infanzia. I suoi murales raccontano storie, volti e territori trasformando lo spazio urbano in un luogo capace di parlare alle persone. Nato e cresciuto a Valfabbrica, oggi vive a Bastia Umbra. Autodidatta, cresciuto artisticamente nel mondo del writing degli anni Novanta tra fumetti e grandi maestri della pittura italiana, Il Coffee ha costruito nel tempo un percorso originale, fatto di ricerca, tecnica e libertà espressiva.

Ripercorriamo la sua storia, dalle prime bombolette spray ai grandi murales, passando per le emozioni e quelle conquiste che segnano il cammino di uno street artist capace di lasciare il segno.

 

Il tuo rapporto con il disegno nasce molto presto. Quando hai capito che sarebbe diventato qualcosa di più di una passione?

In realtà non c’è mai stato un momento preciso. Ho iniziato a disegnare come tutti i bambini, solo che io non ho mai smesso. È una passione che mi accompagna da sempre. Poi, crescendo, ho scoperto la bomboletta spray e ho trovato il mezzo espressivo che sentivo più mio. È stato un percorso naturale.

 

Sei un autodidatta. Quanto ha contato questa scelta nella costruzione della tua identità artistica?

Tantissimo. Essere autodidatta significa fare molti errori, sperimentare, cercare continuamente una strada personale. È un percorso più lungo, ma ti permette di costruire un linguaggio autentico, senza uniformarti troppo agli altri. La tecnica si affina con il tempo, ma l’identità nasce proprio da quel cammino.

Il tuo primo murale risale all’adolescenza. Cosa ricordi di quegli anni?

Avevo circa tredici anni. Erano gli anni Novanta e il writing era un movimento profondamente underground, molto legato alla cultura hip hop. Internet non esisteva: ci si ispirava attraverso riviste, fotografie e quello che si riusciva a vedere in giro. Era un modo diverso di vivere questa forma d’arte, con tanta voglia di sperimentare.

 

Oggi il tuo stile è molto riconoscibile e orientato al fotorealismo. Come si è evoluto negli anni?

All’inizio realizzavo soggetti più vicini al fumetto e all’animazione. Con il tempo ho cercato di avvicinarmi sempre di più alla realtà, lavorando sulle luci, sulle ombre e sulle sfumature. Lo spray non permette di miscelare i colori come avviene con il pennello: ogni tonalità è una bomboletta diversa. Per realizzare un volto posso utilizzare anche diciotto colori differenti. È un lavoro di tecnica, pazienza ed esperienza.

 

Tra le tue influenze ci sono il fumetto e la storia dell’arte. Quanto incidono ancora oggi?

Moltissimo. I fumetti mi hanno formato fin da bambino, mentre nella pittura sento una forte influenza ad esempio di Caravaggio, soprattutto nel modo di utilizzare la luce. Cerco sempre un equilibrio tra realismo e materia: mi piace che nelle mie opere si percepisca il tratto, la superficie, qualcosa che racconti anche il gesto dell’artista.

Dipingere sembra rappresentare per te anche una dimensione personale molto profonda.

Assolutamente. Lo associo quasi a una pratica zen. Quando dipingo entro in una sorta di flusso: resto concentrato soltanto su quello che sto facendo e tutto il resto scompare. Alla fine rimane un’opera, ma soprattutto resta la sensazione di aver costruito qualcosa. È questo che mi fa stare bene, ancora prima dei riconoscimenti.

 

Tra le opere più recenti ci sono i due murales realizzati a Valfabbrica, dedicati a San Francesco e al Palio. Che esperienza è stata?

Molto intensa. Il murale dedicato a San Francesco si sviluppa su circa sessanta metri quadrati e racconta otto episodi della sua vita, dalla prigionia fino al Testamento. Quello dedicato al Palio, invece, nasce da un legame personale con quella comunità, che conosco e porto nel cuore, essendo nato e cresciuto a Valfabbrica. In entrambi i casi ho cercato di raccontare non solo un soggetto, ma anche l’identità di un territorio.

 

Lavorare nello spazio pubblico significa confrontarsi con le persone. Come vivi questo rapporto?

È giusto confrontarsi. Quando realizzi un’opera destinata a una comunità devi ricordarti che sarà vista ogni giorno da persone diverse, con sensibilità diverse. Per questo cerco sempre il dialogo con chi commissiona il lavoro, così da trovare un equilibrio tra la mia visione artistica e il contesto che ospiterà l’opera.

 

Nel tuo percorso sono arrivati anche importanti riconoscimenti. Ce n’è uno che ricordi con particolare emozione?

Uno dei momenti più belli è stato un murale dedicato al basket, ispirato a una fotografia storica di Dennis Rodman. L’opera ha iniziato a circolare sui social fino ad arrivare al fotografo autore dello scatto, che l’ha apprezzata pubblicamente. Da lì sono arrivati altri riconoscimenti, anche da figure come Federico Buffa e dalla Federazione Internazionale di Basket. Non ti cambiano la vita, ma sono soddisfazioni che ripagano di tanti anni di street art.

 

Che consiglio daresti a un ragazzo che oggi vuole avvicinarsi alla street art?

Di farlo per passione. Oggi i social mostrano subito risultati straordinari e questo rischia di scoraggiare chi inizia. Io ci ho messo vent’anni per arrivare dove sono. Bisogna accettare gli errori, avere pazienza e continuare a migliorarsi. Se l’obiettivo è soltanto il successo, probabilmente ci si ferma presto. Se invece lo fai perché non puoi farne a meno, allora vale davvero la pena continuare.

 

 

Intervista di Sara Stangoni

 

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