Lorella Muzi, ass. Palindroma: “Al Festival delle Creature abbiamo parlato di umanità e animali in modo aperto”
Al Festival delle Creature abbiamo parlato di animali nel loro rapporto con noi: nella convivenza quotidiana, come cibo, nell’ambiente, negli zoo, nelle politiche pubbliche. È un festival libero
La prima edizione del Festival delle Creature, ospitata ad Assisi l’8 e 9 ottobre 2025, è nata nel solco dell’ottocentenario del Cantico delle Creature. È stata un’occasione unica per ripensare il nostro legame con gli altri animali. Abbiamo intervistato Lorella Muzi, presidente dell’associazione Palindroma ideatrice del Festival, per ripercorrere la genesi dell’evento e la sua missione più profonda: promuovere una visione laica, libera e consapevole del rapporto tra l’essere umano e il benessere animale.
Lorella, questa è stata la prima edizione del Festival delle Creature. Com’è nata l’idea e quale visione originaria vi ha guidato?
Il festival nasce con un format volutamente piccolo, quasi timido, ma già molto forte nei contenuti. È stata una prima edizione con circa trenta relatori e relatrici, quattro panel e due giornate dense di interventi. La spinta iniziale è stata ovviamente l’ottocentenario del Cantico delle Creature, che cadeva proprio quest’anno, ma più in profondità c’era la volontà di parlare di animali in modo serio, laico e libero, inserendoli nel contesto più ampio della convivenza, coesistenza e tutela. Assisi ci ha dato un’enorme forza simbolica: la città, Francesco, i valori francescani. Tutto questo ci ha responsabilizzato nel trattare un tema – quello degli animali – di cui in realtà si parla ancora pochissimo, e quasi mai in modo trasversale.
Trasversale in che senso?
Perché non abbiamo parlato solo di animali “in sé”, ma degli animali nel loro rapporto con noi: come cibo, nella convivenza quotidiana, nell’ambiente, nei santuari, negli zoo, nelle politiche pubbliche. Per esempio uno dei panel era dedicato alla cultura del cibo, e abbiamo affrontato il tema degli animali anche sotto quel punto di vista, in Umbria, patria come sappiamo della norcineria. Era importante creare un festival libero, ad esempio non vegano, non vegetariano, non schierato in un’unica posizione etica o politica, ma piuttosto aperto al dialogo tra visioni diverse, spesso anche opposte. Affinché ognuno potesse costruire una propria opinione.
E infatti avete messo allo stesso tavolo realtà quasi antitetiche, come Lega Anti Vivisezione (LAV) e Unione Italiana Zoo e Acquari (UIZA)…
Esatto, e ti assicuro che è stato un grande risultato. La LAV manifesta da anni davanti agli zoo per chiuderli; l’Unione Giardini Zoologici e Acquari difende un modello completamente diverso. Ma entrambe esistono, entrambe hanno visioni e responsabilità e in quel confronto sono emersi punti di unione sorprendenti. Un esempio? I progetti di reintroduzione dell’Ibis eremita, resi possibili dagli zoo, uccelli che poi, però, vengono minacciati dai cacciatori. Abbiamo mostrato come, pur partendo da posizioni lontane, si possa collaborare sull’obiettivo comune del benessere animale.
Qual è stato l’episodio che, secondo te Lorella, ha simbolizzato il successo del Festival?
Molti momenti sono stati significativi. Mi piace citare il Santuario Capra Libera Tutti che, in diretta, ha invitato l’onorevole Camilla Laureti – collegata da Strasburgo – a visitare un santuario. E lei ha accettato. Oppure il confronto con la chef stellata Cristina Bowerman che, pur non essendo vegana, è molto attenta alla cultura del cibo e ai cibi alternativi: ha mostrato che l’evoluzione passa dal dialogo e non dal giudizio. E poi il quarto panel dedicato all’Abruzzo, la regione che quest’anno ha portato in dono l’olio per alimentare la lampada votiva sulla tomba di San Francesco. Una regione che è un modello nazionale nella coesistenza con la fauna selvatica.
E il pubblico? C’è stato un riscontro significativo?
Assolutamente. Oltre alla presenza in sala, abbiamo avuto picchi di mille connessioni in streaming. Considerando che era la prima edizione, è stato davvero un risultato che ci ha entusiasmato. È piaciuta moltissimo anche l’installazione del “Consiglio degli Animali” realizzata dall’artista Francesca De Mai nella sala consiliare del Comune. Un gesto simbolico fortissimo, perché è lo spazio dove si prendono decisioni. Per due giorni gli animali sono stati i soggetti protagonisti.
Il Festival ha avuto anche un’impronta vegan nei momenti conviviali, giusto?
Sì, per coerenza con il tema del benessere animale abbiamo portato il mondo vegano durante i coffee break e i pasti e anche all’Osteria Piazzetta dell’Erba nel cuore di Assisi, grazie alla collaborazione di due realtà del mondo romano vegano, Snug e Romeow Cat Bistrot. Abbiamo fatto anche uno show cooking in cui è stato insegnato come fare il kimchi, un piatto tradizionale coreano a base di verdure fermentate, e si è parlato appunto di fermentazioni. Era importante tradurre in azioni reali ciò che veniva discusso nei panel.
Dal punto di vista istituzionale, che ruolo hanno avuto il Comune di Assisi?
Certamente molto importante. Da quando l’associazione Palindroma, organizzatrice del Festival, è nata, abbiamo offerto collaborazione all’Amministrazione: una città come questa non ha ancora un Regolamento per il benessere animale. Reputiamo che sia una mancanza enorme. Il sindaco Valter Stoppini e la vicesindaca Veronica Cavallucci, intervenendo al Festival, lo hanno riconosciuto apertamente e si sono impegnati pubblicamente a colmare questa lacuna. Stiamo lavorando insieme per arrivare entro breve al primo regolamento della città, coinvolgendo associazioni come LAV e altre realtà del settore, per avere un documento davvero condiviso.
Quali saranno i primi passi concreti?
Prima di tutto individuare un’area di sgambamento, che Assisi non ha. È paradossale: una città che accoglie milioni di visitatori, molti con i propri cani, non ha un’area di sgambamento. E poi inserire il benessere animale sotto l’Assessorato alla Cultura e non all’Ambiente. Perché parliamo di un cambiamento culturale, prima ancora che amministrativo. Infine lavorare sul concetto di One Health, ormai centrale anche nei programmi sanitari: la salute del creato, degli animali e degli umani è un’unica salute.
Parliamo un po’ di te, Lorella: qual è il tuo percorso professionale?
Da più di 25 anni mi occupo di comunicazione e sono producer televisiva, soprattutto per televisioni straniere. Produco documentari, reportage, approfondimenti, servizi culturali e news. Lavoro principalmente sul racconto visivo: immagini, contenuti televisivi e video.
E il tuo legame con i temi del Festival, con gli animali e con il benessere, da dove nasce?
Dal mio primissimo lavoro. Ero molto giovane e lavoravo in Bosnia durante la guerra: in un mercato di Sarajevo vidi una mucca appesa, morta, con il sangue che colava, e bambini che giocavano accanto, come se fosse “normale”. Fu un’immagine che mi ha segnato profondamente. Compresi in quel momento che siamo sì quello che mangiamo, ma anche quello che normalizziamo. Se un bambino cresce pensando che la sofferenza animale sia “normale”, cosa vedrà come normale in futuro? Da quel momento ho sviluppato una sensibilità che ha attraversato tutto il mio percorso professionale.
Nel tuo lavoro di comunicazione, qual è oggi la sfida più grande?
Fare chiarezza. Viviamo in un tempo in cui non si distingue più una notizia vera da una manipolata, un video autentico da uno generato artificialmente. Non si guarda più neanche il nome del giornalista che scrive un articolo. Il compito di chi comunica – e me lo porto dentro da sempre – è offrire strumenti per formarsi opinioni consapevoli, per capire, per scegliere. La chiarezza, oggi, è una sfida culturale enorme.
E il Festival delle Creature nasce anche da questa sfida, giusto?
Esattamente. Il Festival è proprio un tentativo di restituire strumenti, pluralità di voci, possibilità di comprendere. Parlare di umanità e altri animali in modo laico, aperto, informato. È la missione della nostra associazione Palindroma: umanità e altri animali. E speriamo che Assisi diventi davvero un modello, una città che sappia incarnare concretamente quei valori francescani che il mondo intero le attribuisce.
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