Fulvia Angeletti, direttrice Piccolo Teatro degli Instabili di Assisi: “Il teatro è nutrimento, relazione e comunità”

Siamo una realtà viva e contemporanea. È emozionante vedere ogni volta la comunità che risponde entusiasta, i laboratori frequentatissimi, tanti progetti animare la città di Assisi

Dal 2002 il Piccolo Teatro degli Stabili di Assisi è un presidio culturale che intreccia formazione, produzione e comunità. Oggi lo dirige Fulvia Angeletti, erede della visione del padre Carlo: ci racconta come questo spazio sia diventato un punto di riferimento per la città, capace di portare il teatro nelle case, nei giardini e nei cuori delle persone.

 

Raccontaci Fulvia, com’è nato il Piccolo Teatro degli Stabili? E qual è stato il percorso che ti ha portata a dirigerlo?

Il teatro è stato fondato dai miei genitori nel dicembre 2002. Lo spazio, parte del complesso del laboratorio San Francesco (una struttura con chiesa e monastero), era stato ristrutturato dopo anni di abbandono. Prima era stato anche piccolo cinematografo e spazio di comunità. Io sono cresciuta dentro quell’avventura: da piccola ascoltavo, poi all’università ho scelto il percorso di Storia del teatro e dello spettacolo e, piano piano, ho assunto ruoli organizzativi e artistici. Dal 2006-2007 sono nate le prime attività laboratoriali: è lì che ho cominciato ad avere una responsabilità concreta nell’organizzazione e nella direzione.

 

Com’è cambiata la tua direzione artistica rispetto a quella di tuo padre?

Mio padre, Carlo Angeletti, è stato fondamentale: ha portato grandi nomi e ha riportato il pubblico a teatro. Dopo la sua scomparsa – che per me è stato un momento significativo – ho cercato di continuare l’eredità mettendoci anche la mia sensibilità. Ho cercato di portare uno sguardo attento alle novità e alla contemporaneità, ma sempre mantenendo la vocazione di coinvolgere la città e le sue persone.

 

Che ruolo hanno i laboratori nel vostro progetto? Chi li frequenta?

I laboratori sono stati uno dei primi strumenti per allargare il pubblico e avvicinare i giovani al teatro. Li facciamo da anni, per fasce d’età che vanno dai 6 agli oltre 70 anni: abbiamo gruppi adulti molto numerosi (anche 60 persone nelle varie classi), un gruppo per adolescenti e uno per bambini. I laboratori non sono solo “lezioni”: molti partecipanti prendono parte anche ai progetti performativi del teatro, trasformando teoria in pratica.

 

Che tipo di competenze ricerchi nei docenti?

Professionalità e preparazione: i docenti dei laboratori sono professionisti affermati nel loro campo: attori, registi, autori. Trovo pericoloso improvvisare l’insegnamento: chi partecipa al laboratorio merita una guida competente, perché spesso l’esperienza è più umana che professionale. C’è una responsabilità verso persone che si mettono in gioco per motivi diversi, non sempre per diventare attori, spesso per crescita personale, e questo richiede serietà.

 

Quanto è importante per voi portare il teatro fuori dalle mura del teatro?

Fondamentale. Fin dall’inizio l’associazione ha lavorato sul territorio, recuperando luoghi spesso abbandonati: chiostri, giardini privati, case, cortili. Dal 2021 produciamo anche l’evento “Ogni angolo, ogni pietra”, un progetto itinerante pensato per riappropriarsi degli spazi della città e restituire loro valore artistico. È un’operazione culturale che rende protagonista la comunità: abbiamo animato decine di luoghi della città e questo ha un impatto enorme sul tessuto sociale.

Che pubblico avete a teatro? Il turismo influisce sul vostro lavoro?

Assisi è una città con forte vocazione turistica, e d’estate è innegabile che arrivino molti spettatori dall’esterno. Ma il nostro obiettivo è coinvolgere la comunità: se la città risponde siamo già a metà strada. Il teatro deve parlare ai cittadini. I laboratori, poi, sono frequentati anche da persone che vivono lontano da Assisi, perché la qualità si diffonde per passaparola: arrivano iscritti da fuori regione e persino stranieri che vivono qui da anni.

 

Quando partono i prossimi laboratori?

I laboratori cominciano a metà ottobre e vanno più o meno fino ai primi di aprile. Abbiamo tre gruppi per adulti, uno per ragazzi (lunedì) e uno per bambini (mercoledì pomeriggio). La stagione teatrale prevede mediamente 14–15 appuntamenti che iniziamo a novembre: la annunceremo a breve.

 

Parliamo della produzione teatrale: avete spettacoli vostri oltre alle ospitalità?

Sì. Oltre alla stagione, che offre annualmente circa 14–15 spettacoli (tra teatro e musica), produciamo progetti estivi e spettacoli nostri. “Ogni angolo, ogni pietra” è un esempio recente.

 

Hai un episodio, Fulvia, che ti è rimasto nel cuore?

Il valore umano è centrale: il teatro è nutrimento. Una serata che ricordo molto è il primo spettacolo fatto dopo la morte di mio padre (circa 10 anni fa): fu un momento molto intenso, con condivisione profonda tra artisti, pubblico e me come direttrice. Sono questi momenti, oltre ai numeri e alle questioni organizzative, che restano nel cuore. Un’altra gratificazione enorme è vedere persone che all’inizio avevano timore o perplessità e poi dicono «voglio tornare»: questo è il senso più vero del nostro lavoro.

 

Qual è la tua visione di cultura per la città?

La cultura è osservazione di noi stessi, è uno specchio per capirci meglio. Il teatro è una forma antica che mette l’essere umano al centro e l’esperienza dal vivo resta insostituibile: dà emozioni uniche che la tecnologia non può riprodurre. La cultura non può essere trattata solo con logiche di bilancio: certo, i conti devono tornare, ma i luoghi culturali rispondono anche a bisogni di socialità e coesione che hanno valore umano e sociale. In Italia lo spettacolo vive difficoltà normative e strutturali: servirebbero politiche più attente al ruolo culturale dei luoghi. Per me il teatro è prima di tutto relazione e nutrimento: vedere qualcuno che, timido all’inizio, poi torna perché ha scoperto il piacere dello spettacolo è la gratificazione più grande.

 

Cosa ti rende più orgogliosa del lavoro fatto finora?

Vedere la comunità che risponde, i laboratori frequentatissimi, i progetti che hanno ridato vita a luoghi della città e la continuità di un sogno che è diventato una realtà viva. Il fatto che, dopo tanti anni, il teatro sia sempre più frequentato e riconosciuto è la prova che quell’intuizione iniziale dei miei genitori valeva davvero. Di questo non posso che dire loro: grazie.

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