Paola Mercurelli Salari, direttrice: “Solo facendo squadra si può proporre cultura in modo efficace”

Per dirigere al meglio un bene culturale in Umbria bisogna sapersi reinventare in chiavi sempre nuove. È la sfida di ogni giorno per la direttrice Paola Mercurelli Salari.

Paola Mercurelli Salari è direttrice scientifica di tre luoghi in Umbria patrimonio nazionale della cultura: il rinascimentale Palazzo Ducale di Gubbio, l’imponente Rocca Albornoz di Spoleto e il Tempietto sul Clitunno, piccolo sacello longobardo a poca distanza dalle Fonti del Clitunno. La direttrice ci racconta il valore e l’importanza della tutela e della valorizzazione dei beni culturali in Umbria attraverso la sua prospettiva, ripercorrendo anche il suo percorso formativo e la crescita professionale e culturale.

 

Direttrice, sei da sempre cittadina di Assisi: che significato ha per te essere cresciuta e vivere in una città così carica di storia, arte e spiritualità?

Sono nata ad Assisi e orgogliosamente ancora in casa, nell’abitazione dei miei nonni materni tra il Teatro Romano e la cattedrale di San Rufino, all’ombra della Rocca Maggiore, quindi in pieno centro storico. Vivere in questa città è stato determinante. Le prime “lezioni di arte” le facevo da bambina, a 5-6 anni, passeggiando con la zia Maria Alessandra. Nella basilica di San Francesco, parlandomi delle storie dipinte, mi indicava anche i pittori più importanti: Giotto, Simone Martini, Pietro Lorenzetti. Ho sempre quindi respirato l’anima culturale e spirituale di Assisi, ma soprattutto ho maturato il rispetto assoluto per la città. Giocando sul sagrato di San Rufino, ho avuto il privilegio di godere uno scenario unico e di imparare al contempo a rispettarlo. Oggi è ridotto a un triste parcheggio per le auto nel quale non c’è più spazio per il gioco.

 

Certamente, allora, già vivere l’infanzia ad Assisi ha fatto la differenza per te!

Non solo questo. Un altro valore è essere “nipote d’arte”, perché nella famiglia di mamma vi erano marmisti e scalpellini, capaci di lavorare la nostra splendida pietra rosa di Assisi, ma anche il marmo, per esempio, del Monumento ai caduti o dell’ultimo sarcofago per le spoglie mortali di San Francesco. Da parte di babbo, invece, nonna e zio dipingevano (capacità che purtroppo non ho ereditato!). Quindi c’è sempre stato un rapporto forte con il mondo dell’arte attraverso la mia famiglia, che mi ha  portato ad appassionarmene, prima attraverso gli studi e oggi con la mia professione.

 

Come è iniziato il tuo percorso nel mondo della tutela e valorizzazione dei beni culturali?

È stata una scelta faticosamente maturata dopo l’esame di Stato, ma con la convinzione profonda che desideravo fare questo mestiere e quindi affrontando subito un percorso strettamente mirato. Ho frequentato a Perugia la facoltà di Lettere con indirizzo artistico, unica soluzione all’epoca in materia di beni culturali. Su 21 esami ne ho svolti 15 tra archeologia e storia dell’arte, perché il mio interesse principale era avere una formazione specialistica e non troppo generica. Dopo la laurea ho frequentato la Scuola di specializzazione in archeologia e storia dell’arte a Siena e poi ho ottenuto la borsa di studio della Fondazione “Roberto Longhi” a Firenze, completando un percorso formativo che mi è servito per accedere alla professione che svolgo.

Dirigere contemporaneamente tre luoghi simbolici come il Palazzo Ducale di Gubbio, la Rocca Albornoz di Spoleto e il Tempietto sul Clitunno è una grande responsabilità. Come riesci a gestire questo equilibrio tra direzioni diverse ma complementari?

Ci si riesce con molta fatica, molti chilometri in auto, tanta tenacia e determinazione. Questi ultimi due sono requisiti fondamentali. Risultati di soddisfazione si ottengono quando nel territorio riesci a trasferire il tuo entusiasmo e le tue competenze, perché trovi il supporto e l’apporto delle realtà locali. Per me resta emblematico quanto fatto a Gubbio, dove sono stati recuperati nuovi spazi, i è stato completamente riallestito il museo, e grazie anche alle realtà locali, primo tra tutti il Comune di Gubbio, sono state realizzate tre grandi mostre di valore internazionale.

Per fare questo mestiere, infatti, è necessario capire che in realtà mediamente piccole, come quelle dove lavoro io, se non si fa squadra internamente e con il territorio, ma si resta arroccati nella propria posizione, difficilmente si riesce a proporre cultura in maniera efficace. È questo il principio che ho cercato di applicare anche a Spoleto e al Tempietto sul Clitunno, dove, per ragioni diverse, i risultati e le prospettive variano. Il Tempietto, nello specifico, è una realtà che presenta “sé stessa” e devi valorizzarla in quanto tale, perché non può diventare né luogo espositivo né centro culturale. Quindi è certamente più faticoso, ma stiamo ottenendo risultati significativi attraverso delle relazioni in costruzione e presto avremo novità significative. A Spoleto, invece, la forza della Rocca è essere il museo trainante del territorio, per cui le sue progettazioni mirano proprio ad attrarre una varietà di pubblici di cui poi va a beneficiare l’intera città.

Quali sono le principali sfide che incontra oggi chi lavora nella valorizzazione dei luoghi della cultura in Umbria?

Nella nostra regione si hanno due tipi di sfide da affrontare. La prima è legata alla sovrabbondanza di luoghi della cultura, tra proprietà comunali, ecclesiastiche, statali e private, per cui c’è la necessità di proporsi sempre in maniera nuova e di aprirsi a pubblici diversi. I budget non sempre ti sostengono, per cui bisogna sapersi reinventare in chiavi sempre nuove, anche con risorse umane ed economiche molto limitate. Questa è la seconda grande difficoltà che hanno un po’ tutti i musei in Umbria e in particolare quelli più periferici: ossia le dotazioni di personale. Non sono adeguate sia numericamente che qualitativamente alle esigenze del rispettivo museo, mancando completamente dei profili professionali o condividendoli con altre realtà.

 

C’è un progetto o un intervento di cui vai particolarmente orgogliosa?

C’è n’è sicuramente più di uno. Ad esempio aver riportato a Gubbio le otto tavolette del pittore senese Taddeo di Bartolo. Il mio merito è averle segnalate allo Stato, che poi le ha acquistate. In questa operazione mi sono fatta interprete di tutto l’orgoglio di una città che si è vista, nel corso del XIX secolo e fino a dopo la seconda guerra mondiale, spogliata del suo patrimonio e per una volta è stato possibile restituire un bene importante. Un altro progetto di cui vado orgogliosa a Gubbio è quello di comunicazione dello Studiolo di Federico da Montefeltro, perché ha visto collaborare il Palazzo con le Università di Perugia e Bologna, il Museo Galileo, il Politecnico di Torino e lo stesso Metropolitan Museum of Art di New York, dove oggi è conservato l’originale. Questa operazione ha messo insieme attori di primo piano in una città come Gubbio, che così adesso ha una comunicazione efficace sul gioiello del palazzo, anche con approfondimenti musicali realizzati dall’Ensemble Micrologus, un’eccellenza per quanto riguarda la musica medievale e rinascimentale. Quanto prima lo stesso progetto dovrebbe andare a illustrare in inglese l’originale al Metropolitan Museum, legando così il luogo di provenienza a quello di conservazione, creando un ponte tra Gubbio e New York.

 

C’è un intervento anche a Spoleto?

Certamente, è punto d’orgoglio l’intero progetto di riqualificazione della Rocca Albornoz che vedrà nel corso dei prossimi anni aprire nuove ali della struttura e il museo completamente riallestito. È già stata ultimata la prima parte dell’intervento nel maggio 2024, con l’apertura dei camminamenti e delle torri, progetto che la città aspettava da tempo. Il percorso delle torri offre splendidi affacci sul paesaggio circostante, sulla fauna e flora del Colle Sant’Elia e del Monteluco. Può diventare un ulteriore elemento attrattivo rispetto al tradizionale percorso museale, introducendo quella componente esperienziale che il pubblico oggi va cercando.

 

Che messaggio vorresti lasciare ai giovani che desiderano dedicarsi alla tutela e alla valorizzazione del patrimonio culturale?

Per i più giovani credo che questa professione possa dare buone opportunità, purché non si viva come un ripiego. Deve essere il lavoro dell’anima, perché bisogna molto spesso buttare il cuore oltre l’ostacolo e superare difficoltà di diversa natura. È necessario essere fortemente motivati e innamorati del lavoro. Se si hanno queste due qualità c’è molto spazio per fare bene. Come ho detto all’inizio, io ho sempre avuto la certezza che il mondo dei beni culturali era quanto avessi più nel mio cuore ed ho seguito l’istinto fino in fondo. Tra l’altro, quando feci questa scelta era certamente controcorrente, perché mancavano i concorsi per lavorare in questo settore. Oggi ci sono molte più strade e settori diversi di specializzazione che appunto possono avvicinare un giovane alla tutela e alla valorizzazione del patrimonio culturale.

 

Oltre ai tre luoghi della cultura che dirigi, qual è per te un luogo “magico” dell’Umbria che consiglieresti di visitare?

Un luogo culturale dell’Umbria che si deve necessariamente visitare è la Cappella Baglioni, all’interno della collegiata di Santa Maria Maggiore di Spello, affrescata da Pinturicchio. Non per nulla è definita la “cappella Bella”. Questo capolavoro dell’arte rinascimentale ti sorprende sempre, ogni volta scopri dettagli sfuggiti nella visita precedente. È un gioiello di colori e luce, una meraviglia che una volta ammirata non si dimentica e rasserena l’animo.

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